Gli AC/DC come forse nessuno li conosce :)

Quei ragazzacci degli Ac/Dc
con la chitarra sotto al letto

L’incontro con Angus Young e Brian Johnson alla vigilia dell’uscita del nuovo dvd “Live at River Plate”. Cinquant’anni suonati e nessuna voglia di smettere. “Dagli anni Settanta molto è cambiato ma i sentimenti sono gli stessi. L’hard rock non è un genere, è un feeling” di ERNESTO ASSANTE

LONDRA – Se vi capitasse di incontrare per strada Angus Young avreste qualche difficoltà a riconoscerlo. Non perché sia particolarmente cambiato (certo gli anni sono passati anche per lui, i capelli sono diventati più radi, qualche ruga che prima non c’era gli solca il viso, ma gli occhi azzurri brillano ancora di giovanile entusiasmo), ma perché fuori dalla scena il leggendario chitarrista degli Ac/Dc non è così selvaggio e fuori controllo, anzi, la cortesia e il garbo con cui ci accoglie sono distantissime dallo “school boy” elettrico che mette in scena con la sua band. Prendete, ad esempio, il nuovo dvd della band, Live at River Plate, che esce martedi prossimo: tutto quello che ci troverete è rigorosamente hard rock, quelli che vedrete in scena sono cinque signori che hanno votato la loro vita alla causa e non l’hanno mai tradita e davanti a tutti c’è lui, Angus Young, con la sua chitarra elettrica a tracolla, i pantaloni corti, la divisa scolastica e l’aria di uno che nonostante abbia superato da qualche tempo la cinquantina non ha alcuna voglia di calmarsi, di smettere di suonare a tutto volume, di staccare la spina e piantarla con il rock’n’roll.

“E perché mai dovrei farlo?”, dice ridendo, “tante, troppe volte hanno detto che il rock era morto. Mi ricordo un importante discografico che negli anni Settanta ci disse che potevamo anche piantarla di andare in giro, che il suono delle chitarre era finito e che da quel momento in poi il suono era solo

quello delle tastiere e del progressive. Beh, le tastiere e il progressive sono passati, noi siamo ancora qui”. Brian Johnson, il cantante della band, seduto accanto a Young nel lussuoso albergo di Mayfair a Londra dove li incontriamo, annuisce. E aggiunge: “Ci sono poche band che possono dire di aver ottenuto quello che abbiamo ottenuto noi. E non parlo di successo, anche se importante. Parlo del rapporto con la gente, con un pubblico che ci segue e ci ama, che viene ai nostri concerti e ne esce soddisfatto e felice. E parlo dell’amicizia che ci lega. Noi siamo davvero una band, suoniamo insieme, pensiamo insieme, sentiamo insieme tutto quello che facciamo. E questo ci rende diversi dagli altri”.

Diversi gli Ac/Dc lo sono davvero. Non foss’altro che per la potenza, inaudita, della loro musica. No, non stiamo parlando di volume, di elettricità, quella è roba da metallari o da chi cerca di coprire con i watt il vuoto delle emozioni. No, parliamo di forza, di passione, di energia, quella che li ha spinti a iniziare negli anni Settanta e che li tiene vivi ancora oggi, quella che li ha portati a realizzare decine di dischi di successo e a creare un suono inconfondibile. “E’ hard rock e basta”, dice Young, “musica diretta, immediata, potente, figlia del rock’n’roll. Quando abbiamo cominciato noi, alla metà degli anni Settanta, il mainstream pop era fatto di canzoni dolci, di chitarre acustiche, di ballate. Noi sentivamo che mancava qualche cosa, che i ragazzi volevano qualcos’altro, che non c’era solo la voglia di ballare al lume di candela ma anche si saltare per aria, di avere attorno dell’energia. C’era bisogno di un po’ di buon hard rock. E lo abbiamo fatto. Del resto non pensa che ce ne sia bisogno ancora oggi?”. Difficile dargli torto. “E’ vero che molte cose sono cambiate”, dice ancora Young, “le tecnologie sono diverse, il mondo è diverso, le nuove generazioni sono diverse. Ma i sentimenti, i desideri, sono gli stessi. E l’hard rock non è un genere, ma un feeling”.

A tessere le fila del “feeling” degli Ac/Dc, dalle origini a oggi sono i due fratelli Malcolm e Angus Young, che dall’Australia si sono mossi alla conquista del mondo con le loro chitarre, affiancati oggi da Cliff William e Phil Rudd, e soprattutto dalla voce di Brian Johnson, alta, stridente, fortissima, “l’unica in grado di tenere testa al nostro suono”, dice Young. “Io so strillare molto bene, per questo sono negli Ac/Dc”, dice con ironia Johnson, con il suo immancabile cappello in testa, “no, non sto scherzando. Altri cantanti hanno grandi capacità tecniche, io non ho tempo per essere tecnico, io devo stare dentro al suono della band e devo tirare fuori tutta l’energia e la passione che ho. E questo mi fa essere in sintonia con loro. Il mio timbro vocale è particolare, ma è parte integrante del suono degli Ac/Dc, non potrei cantare in un altro modo, non andrebbe bene”.

Johnson è inglese ma anche italiano (la madre Ester De Luca è di Frascati, in provincia di Roma) e lui ama molto venire in Italia e ritrovare i parenti: “Vengo spesso, a giugno tornerò di nuovo con la mia famiglia. Mi piace molto l’Italia e ho un legame con le mie radici che mi piace coltivare”. “Il pubblico italiano ci ha sempre accolto con grande entusiasmo”, aggiunge Young, “e non c’è dubbio che torneremo anche con il prossimo tour a esibirci nel vostro paese”. I fan li attendono con ansia, così come hanno fatto per il tour testimoniato dal nuovo dvd. Era il tour che seguiva la pubblicazione di Black Ice, un disco realizzato dopo otto lunghissimi anni di silenzio discografico. E quando sono tornati tutto è ricominciato come prima. “Noi viviamo per fare musica”, dice Young,”certo è ovviamente anche un lavoro, ma non è questa la motivazione principale. Non facciamo dischi perché ‘dobbiamò farli ma quand abbiamo canzoni che ci convincono, quando sentiamo che siamo in grado di emozionare la gente che vuole ascoltarci. E poi se provassimo a fare finta, a non essere noi stessi, non ci riusciremmo nemmeno”.

Young è senza dubbio uno dei chitarristi più amati della storia del rock. E da rocker continua a vivere. Ma non è una star, non ha mai avuto atteggiamenti da divo, non ne ha nemmeno il fisico. “Non mi interessa, a me piace suonare. Non ho nemmeno l’immagine di un chitarrista rock. Se chiedono a qualcuno com’è un chitarrista rock è difficile che rispondano che è uno che suona una Gibson vestito con la divisa della scuola come me. Alle volte prima dei concerti faccio un giro tra il pubblico, è difficilissimo che mi riconoscano quando non ho gli abiti da scolaretto”. Già, la divisa scolastica è il suo marchio di fabbrica, il suo modo di rappresentare l’eterna giovinezza, la sua e quella del rock, che non vuole crescere e uscire dall’adolescenza. “L’idea della divisa non è stata mia, però”, racconta, “ma di mia sorella. Mi vedeva sempre arrivare a casa da scuola e correre a prendere la chitarra, non mi cambiavo e uscivo subito. O michiudevo nella mia stanza e iniziavo a suonare. E’ lei che mi ha suggerito di andare in scena vestito cosi, e io ho sempre pensato che fosse una grande idea”.

La divisa da scolaro la indossa solo quando è in scena, chissà se potrebbe vivere senza la sua chitarra.”No”, risponde sicuro. “Ho molte chitarre ma ne suono solo una, sempre la stessa, non l’ho mai cambiata, ho con lei un rapporto strettissimo, davvero. La controllo, so sempre dov’è, la curo. E per essere sicuro di non perderla l’ho sempre messa sotto il mio letto nella mia cameretta. Quando mi sono sposato mia moglie mi ha chiesto, “la chitarra dove va?” e io le ho risposto, “sotto il nostro letto, ovviamente”. Ed è ancora li”.

🙂 They’re not NOISE..they’re passion and LOVE! 🙂

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